Il faro di St. Mathieu

Commistione di antico e presente

La Bretagna è un luogo magico, ti resta nel cuore. Un luogo sognato per anni e che si è svelato lentamente ai miei occhi facendomi respirare i suoi sapori, conoscere i suoi abitanti, vivere le sue tradizioni, i suoi colori e i profumi infiniti e cangianti.
Un luogo piccolo come un frammento, ma che come un frammento raccoglie tutto un mondo dentro‚ infinite sfaccettature di un attimo, razioni temporali. Di tutto il mio viaggio in Bretagna ricordo in maniera nettissima l’incontro con il faro di St. Mathieu.

Affacciato sull’Oceano Atlantico, in linea d’aria con gli Stati Uniti, offre una panoramica incantevole sulle isolette sottostanti, poco più di frammenti rocciosi che con il brutto tempo possono diventare insidiosi ostacoli per i naviganti.
La sera prima avevo dormito in un piccolo albergo a gestione famigliare nel vicino paese di Le Conquet, attivo porto di pescatori e riferimento per tanti turisti che da lì vogliono raggiungere le turbolente e fiorite isole di Ognissanti. Arrivando nel paese ormai a notte fonda tutto era avvolto da una leggera nebbia e un odore salmastro di alghe misto a rocce e onde invadeva tutta la camera. Mi sono addormentata cullata dal suono cadenzato del faro posto all’imboccatura dell’insenatura che a scadenze regolari emetteva un forte suono nasale, quasi un richiamo dal ventre del mare.
La notte è passata ed al mio risveglio il sole splendente mi regala un paesaggio allegro e vivace dai forti contrasti e dalle ombre nette. É la giornata ideale per raggiungere a piedi il faro di St. Mathieu percorrendo il sentiero che si articola lungo la breve penisola e che segue la costa frastagliata. Sono immersa in una penisola di un verde brillante, un verde talmente verde come solo l’alternanza tra sole e pioggia di questi luoghi può regalarti.
Più mi avvicino alla punta della penisola e più comincio a delineare nettamente i diversi volumi costruiti e la verticalità del faro che segna l’orizzonte.
Su tutto svetta lui, il faro, che con i suoi trentasette metri d’altezza innalza lo sguardo, ipnotizza, toglie il fiato.
Costruito nel 1835 ha una forma alquanto particolare: il basamento è composto da un largo volume circolare tozzo e quasi panciuto, la torre sembra una candelina fuori scala su di una torta mignon di compleanno. L’ex custode avvolto nel suo maglione blu, in un francese con forti inflessioni bretoni, mi racconta che la luce del faro rimane sempre ad almeno cinquantasei metri sul livello del mare visto che si trova su di una ripida scogliera e che il proiettore manda luce bianca ogni quindici secondi essendo così visibile da ventinove miglia. É uno dei mitici e famosi tredici fari di “terra” di Bretagna che si accompagnano ad altri diciassette fari di “mare” di cui oggi solo cinque sono abitati.
Giro intorno al faro, quasi ipnotizzata, e ovunque mi giro il mio sguardo è magicamente e magnificamente attratto dalla sua verticalità. Il mare di un blu profondo contrasta con la pulizia formale del cilindro che svetta su tutto.
É un sito di una magia particolare: il faro bianco e rosso, moderno essenziale, netto, imponente e deciso, calato in un “un luogo non luogo”.
É soprannominato “la prua del mondo antico” forse perché è posto a cavallo dei resti di un’abbazia benedettina che risale al XVI secolo, semidistrutta dal tempo e dall’incuria dell’uomo. Giro all’interno della “carena” dell’abbazia senza tetto, o meglio, come tetto ha le soffici e cangianti nuvole di Bretagna. Tutto intorno tracce, segni, reperti. Qui la leggenda vuole che vi si trovi la testa di San Matteo, portata dai marinai del luogo dopo un viaggio in Etiopia.
A quanto pare molte delle  pietre e delle travi in legno dell’edificio sono state usate per costruire altre case nei dintorni e così l’abbazia è stata lentamente smontata, ma appare comunque imponente e fiera. Attraverso il portone ornato da più ordini di statue goticheggianti. Cammino su di un pavimento di prato, perfettamente falciato e mantenuto in ottime condizioni. In alcuni punti i muri rimasti sono diventati verdi, quasi mangiati dall’umidità. Se penso che qui, senza caloriferi, ci dovevano vivere dei monaci, mi vengono i brividi e i reumatismi! Lo strano rumore sordo dei miei passi mi accompagna nella visita di questo luogo sacro, vuoto e deserto. Ma i miei occhi vedono i monaci che passeggiano, sentono i canti delle loro preghiere, seguono le linee degli inginocchiatoi lignei, vedono la polvere sui messali consumati, il mio naso scorge un lontano profumo di cera e candele accese.
É emozionante la dicotomia tra le antiche rovine poste a due passi dal modernissimo faro e il centro radar bianco e rosso che contrasta nettamente con il grigio delle mura antiche.
Il cielo, il vento, la rotondità enigmatica del faro, il rumore sordo dei flutti: strane commistioni, affascinanti scorci di contrasti.
Commossa, un po’ stordita,  mi fermo e respiro.

Ho sognato in tutti questi anni di vedere il “mio” faro bretone. Mancano le onde che imponenti si schiantino sulle rocce come si vede in tante fotografie suggestive, ma è comunque tutto perfetto!
É un luogo che ti conquista il cuore. Un tempo abbazia benedettina, ora dalle rovine sorge un onorato faro ancora funzionante e visitabile (solo su appuntamento). Nulla è cambiato negli anni: prima guida spirituale, oggi guida materiale alla navigazione.

            Elena Sandre

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