I racconti finalisti del concorso Letterario Nazionale “Tempo Vissuto”: uno sguardo in profondità

I vincitori del I Concorso Letterario Nazionale “Tempo Vissuto” sono i racconti Andata, ritorno, andata, di Beatrice Monti; San Lorenzo, di Marco Bottoni e Il valore del mio tempo, di Nunziatina Isgrò. Tre racconti profondamente diversi, per stile e contenuto, accomunati da una riflessione sulla natura della consapevolezza, del tempo, dell’incomunicabilità.

Andata, ritorno, andata
Il racconto primo classificato, Andata, ritorno, andata, coglie il pretesto narrativo dell’incidente automobilistico per dare il via a una riflessione sulla vita, sul valore della conoscenza, le difficoltà che derivano dalla consapevolezza di qualcosa che va oltre la comprensione, qualcosa di più grande di noi. Beatrice, la protagonista della storia, ha un incidente automobilistico a causa del quale “muore” per qualche secondo e vede, o crede di vedere – ma questo poco importa – cosa c’è oltre la vita.

Qui è come se si raccogliesse ciò che si è seminato. Una specie di pausa, dopo il lavoro.
La sigaretta dopo il caffè. Chiudere le persiane col profumo di gelsomino che ti chiude la porta.
La testa è leggera. È tutto come ci si aspetta. E non sai neppure se hai una testa.
E la meraviglia è… che non ti importa.

Atti del concorso “Tempo Vissuto” 2010/2011

Più che una visione, Beatrice sperimenta sensazioni difficili da comunicare, da spiegare, da comprendere pienamente. È ciò che avviene dopo, il ritorno alla vita, per contrasto, che restituisce con più chiarezza il senso di ciò che ha vissuto in quel luogo “altro”.

E caddi per terra. La violenza del contatto mi cancellò il sorriso e la serenità.
Mi voltai e provai rabbia. Tutto ricominciava a essere palpabile. A essere visibile. Odiai la vita, per un istante.
E la vita tornò a prendermi. E mi svegliò. La luce spingeva nella testa e sfondava gli occhi.
La strada, il trambusto, la gamba, il dolore.

Un ritorno alla vita che è anche un ritorno al dolore, dall’assenza alla pienezza di sensazioni tangibili, inevitabili, concrete.
Beatrice, incapace di gestire e forse anche di spiegare a se stessa e agli altri la natura di questo viaggio, il senso di ciò che ha provato e le conseguenze di tutto questo nella sua vita, si chiude in un mutismo ostinato.
La ricerca di Beatrice compie un percorso inverso dal solito: dalla scoperta finale alla ricerca, a ritroso, del senso che ha l’inizio. La vita.
Di base, la decisione di non parlare più prende spunto da una ribellione nei confronti del mondo, della vita: perché non si è compresi, perché non si è ascoltati, perché ciò che si vorrebbe dire è inenarrabile. Raramente chi ha poco da dire rimane in silenzio.
La domanda è: perché Beatrice decide di rimanere in silenzio, piuttosto che decidere semplicemente di non rivelare il suo segreto? Perché si ostina in questo implacabile mutismo?
Il silenzio mette a disagio, la comunicazione, seppure non si esaurisca con il linguaggio, viene messa a dura prova dall’assenza di parole. Beatrice mette in atto un piano sovversivo: vuole comunicare, vuole avere un contatto con Louise, tenta di abbattere il muro che si erge tra loro, un muro fatto di parole, seppur scabre, pungenti, violente. A prescindere da cosa abbia visto, da cosa sappia, Beatrice porta in sé un segreto, ed è questo segreto, che in un primo momento sembra toglierle il desiderio di vivere, poi, a renderla permeabile alla vita.
Louise, l’unica persona con cui Beatrice instaura un rapporto dopo l’incidente, è un personaggio misterioso, ambiguo, che diventa la chiave di volta per capire quale sia lo scopo di tanta, inaspettata, conoscenza.
Anche Louise subisce un’evoluzione, ad un livello diverso da quello di Beatrice, e che esprime l’importanza in questo racconto di una sorta di meta racconto, un discorso sottopelle sulla comunicazione, sul canale che unisce due persone apparentemente e profondamente diverse.
Beatrice ha deciso di abbandonare una parte di sé per trovarne un’altra. Più profonda, più reale. Beatrice non si sottrae alla comunicazione, Beatrice diventa portatrice di un messaggio che va oltre il linguaggio verbale. Beatrice si sottrae alla parte più evidente del linguaggio, alla sua componente più fraintendibile.

La vita va masticata e i denti fanno male. È un miracolo che sa di sadismo ma è pur sempre un miracolo.

San Lorenzo
San Lorenzo, di Marco Bottoni, è il racconto secondo classificato. Il racconto copre l’arco di un’intera vita. Dal passato di un ragazzino, con le sue domande, le sfide private, le corse verso il campanile, il desiderio taciuto, eppure urgente e inevitabile, al presente di un uomo che vive (de)i suoi ricordi, delle sue certezze e, dall’altra parte, della consapevolezza che proprio ciò che rimane inspiegabile, insondabile costituisce la parte più fondante del suo essere.
I richiami del passato sono momenti vivi, ancora attuali, mai abbandonati. Passato e presente rimangono legati dal rito della notte di San Lorenzo al campanile, con la persona desiderata. Il dialogo, riportato dal passato, è straordinariamente presente, in una dilatazione del tempo che ritrova il suo normale fluire nel monologo. Perfettamente equilibrata con il dialogo, la prosa e le sue risposte a domande sospese da un altro quando, sembra lontana. Disancorata da un qui e ora, se non da un qui e ora strettamente legati, come propaggini pervasive a quel ieri, a quel dove, che hanno messo radici perpetue. C’è una malinconia profonda in questo racconto, non tanto del passato in quando tale, quanto di ciò che di quel passato non è stato consumato.
Il racconto è costruito con un’abilità poco comune. È un racconto che pone molte domande, spesso mascherate da risposte. Il dialogo ha il gusto di un altro memorabile dialogo, che ho letto poco tempo fa, che credo avesse a che fare con i pesci-banana: è un racconto di Salinger, in cui il dialogo tra due personaggi, un adulto e una bambina, si imprime nella coscienza con la sua  perfezione e, anche, ambiguità.
Il racconto di Bottoni si muove su livelli diversi, molteplici, polimorfi. È un racconto intelligente, ben costruito, malinconico, a tratti amaro. La narrazione vibra dalle prime battute di un dialogo infantile, apparentemente insensato, ma pregno di echi. Si dilata, poi, in un monologo serrato, un flusso di ricordi, immagini bellissime:

Inseguivo il miraggio di riuscire a fare il giro del paese di corsa prima che il campanile finisse di battere mezzogiorno

Momenti di perfetto equilibrio, di consapevolezza pacata ed elegante.

Non è facile esprimere desideri…
È già molto difficile averne, desideri, figuriamoci esprimerli.
Voglie, quelle sì ne abbiamo.
Tante. È facile avere voglia; la voglia si nutre di oggetti che sembrano meravigliosi per quanto sono lontani, difficili da raggiungere.
La voglia è figlia della rarità, della mancanza.
Si gonfia della pressione dei divieti, cresce ad ogni rinuncia, ad ogni negazione, ti si stampa nell’anima come marchiata a fuoco dai «non so» dai «non oso» dai «non posso».
Può diventare così grande da assorbire ogni tuo pensiero, così acuta da farti stare male ma, quale che sia, la voglia non c’entra niente con le stelle cadenti.
Per quelle, ci vogliono i desideri.
E se una voglia è sempre soddisfatta nella modalità dell’avere, il desiderio si avvera solamente nella dimensione dell’essere.
Ecco qual è la vera differenza: una voglia la si patisce, un desiderio lo si vive.

L’equilibrio, o il disequilibrio, tra conoscenza, ricordi, passato, e la capacità di fare, agire, osare. È in questa misura che si insinua la vecchiaia. Il protagonista si sente vecchio, non per i suoi anni, ma perché vede i limiti del suo agire. La vecchiaia non è legata tanto al decadimento fisico e mentale, non solo. La vecchiaia, in questa visione delle cose, tende agguati senza curarsi degli anni, delle rughe. Il racconto di Bottoni è talmente pieno di spunti, di sensi, di forme, di rimandi, che difficilmente sembra essere riconducibile a una forma narrativa che spesso (ed erroneamente) viene caratterizzata in primis per la sua brevità, per la focalizzazione, per elementi, insomma, che si contrappongono a quelli del romanzo. Nelle parole di Giorgio Manganelli, interrogato sulla natura del racconto nel 1986, sembra esserci una folgorante spiegazione:
«Se il romanzo è un’impresa monoteistica, il racconto è per sua intrinseca natura polimorfo».
E quello di Bottoni, senza dubbio, lo è.

Il valore del mio tempo
Il racconto di Nunziatina Isgrò, Il valore del mio tempo, si aggiudica il terzo posto. Questo racconto ha i colori tenui di un dipinto, ed è a pennellate delicate che danno vita a un personaggio struggente, realistico e coinvolgente.
La protagonista del racconto è una donna che nella sua vita ha fatto molto, visto molto, una donna forte e orgogliosa, che, a causa dell’Alzheimer, vede il lento sfacelo del suo corpo, della sua mente, e del suo passato. La vecchiaia, la malattia, e, ancora, l’incomunicabilità, sono i protagonisti di questo racconto delicato.
I sentimenti che vive l’anziana donna si muovono all’interno di una coscienza ancora viva, attiva, capace di scindere la sua condizione di donna malata, non più autosufficiente, privata per molti aspetti della sua dignità di donna, di essere umano, e la consapevolezza della necessità di queste cure, seppure invadenti, disattente, dirette solo al corpo e dimentiche della sua anima.

Desidero solo una cosa, questo sì, che mi si ricordi non come sono oggi – anche perché per me il presente non esiste –, ma com’ero ieri: madre, moglie, ma soprattutto donna! Sulla mia lapide dovrebbero scrivere: “È stata una grande donna anche quando il corpo avvizziva e la mente vagava.”
Mi piacerebbe davvero. In queste parole c’è la dignità che troppo spesso la malattia mi ha tolto.

Nella sua mente il passato e il presente a volte si sovrappongono, la sua capacità di discernimento gioca brutti scherzi, il suo corpo non risponde più come una volta, nemmeno agli stimoli di base. Eppure, rimane la consapevolezza della sua condizione, lucida e precisa.

Dignità violata, quando mi cambiavano senza chiudere la porta della camera, io che sono sempre stata pudica; dignità infranta, quando mio figlio mi curava le piaghe da decubito e, con indifferenza, le faceva vedere ai parenti per mostrare quanto era stato bravo nel medicarle; dignità infangata, quando raccontavano a chi era venuto a trovarmi che mi ero sporcata perché ormai non avvertivo lo stimolo della defecazione.
Che vergogna ho provato, avrei voluto in quel momento chiudere gli occhi per sempre, scomparire dalla faccia della terra.
Non trovavo giusto che mi trattassero da infante cui si cambiano i pannolini anche davanti agli estranei. Sono una donna adulta, troppo spesso lo dimenticano!
Ecco spesso mancano di delicatezza nei miei confronti, dovrei prendere appunti, scriverlo, per ricordarmi cosa voglio.

Perché l’Alzheimer intacca la mente, il corpo, la memoria, ma non la dignità. A scalfire la dignità ci pensano altri elementi, persino l’amore dispensato male, con disattenzione, allo stesso modo in cui si svolge un compito, un dovere.
Ed è qui che la malattia supplisce, e come se avesse una coscienza propria, difende le macerie che lascia dietro di sé:

Ma questa mia malattia non è solo cattiva, ha anche un aspetto positivo, mi mette al riparo da molte cose. Tra le pieghe della memoria non rimane traccia di assenze, mancanze, di lutti recenti, di sgarbi. Forse soffro meno. Forse…

Un racconto che commuove, che non cade nel facile esito melodrammatico, che si mantiene equilibrato. Una storia comune, che lascia con la sensazione di aver capito qualcosa in più di noi stessi e degli altri ma che, come per la protagonista del racconto, rischia di durare un tempo troppo breve.

Francesca Pavano

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