Anoressia: il suicidio moderno

Una nuova epidemia che, al pari dell’AIDS e delle tossicodipendenze fa sempre più  vittime.

Letteralmente, la parola anoressia significa “senza appetito”, questa definizione è però comune e sbagliata, perché in realtà l’anoressia è qualche cosa di molto più serio e preoccupante dell’inappetenza, in quanto degenera spesso in una vera e propria repulsione ossessiva nei confronti del cibo. Fino a trent’anni fa l’anoressia era considerata una malattia rara. Oggi, invece, colpisce lo 0,28% degli adolescenti.  Diagnosticamente, l’anoressia  è considerata vero e proprio terrore di acquistare peso (diagnosi fornita dall’America Psychiatric Association), ma, se come dice Feuerbach, “L’uomo è ciò che mangia” c’è qualcosa di più profondo del semplice disturbo alimentare. La psicologa e psicoterapeuta tedesca Renate Göckel scrive: “L’anoressica sembra dire: «Tengo sotto controllo il mio corpo e i suoi bisogni, e vi odio tutti, voi che siete così deboli da cedere ai bisogni del vostro corpo».”  L’anoressia, quindi, colpisce prima di tutto la psiche del soggetto e poi inevitabilmente ha conseguenze sul corpo.  Nasce prima di tutto dal terrore, vero e proprio, di assumere peso. Il soggetto anoressico ha, generalmente, una visione distorta del suo stato fisico che lo porta a conseguenza spesso catastrofiche pur di avvicinarsi a canoni di bellezza che in realtà non esistono.
Oltre al piano estetico, analizziamo però il piano strettamente individuale che è spesso tralasciato; l’anoressia nervosa ha un duplice carattere, in sé contraddittorio: l’autolesionismo come autodifesa. L’autolesionismo è il momento in cui il soggetto anoressico reca danni al suo corpo, mangiando poco e provocandosi vomito. Ciò spesso nasce da condizioni di forte stress e/o da delusioni personali, la reazione a questo stato si manifesta attraverso il controllo sull’unico elemento che rientra sotto il proprio dominio: il corpo, appunto. L’autodifesa del soggetto anoressico, invece, è tutta psicologica: è la convinzione di essere in qualche modo “protetti” dalla malattia, “coccolati” dalla malattia, l’anoressia diventa così la convinzione di non aver bisogno d’aiuto. Una volta che una persona è rimasta imprigionata in questo meccanismo, la stessa guarigione appare come una minaccia. L’esperienza clinica ha quindi evidenziano come il meccanismo anoressico, una volta innescato, ha una vita propria, che si sgancia dalle motivazioni che lo hanno generato. Da qui il ricorso sempre più frequente alla Terapia Integrata, la quale è apparsa soprattutto negli ultimi anni, come l’approccio che ha maggiori possibilità di successo. Come abbiamo visto, il disturbo del Comportamento Alimentare è un fenomeno multidimensionale e, in quanto tale, non può essere affrontato solo da un punto di vista medico, o dietetico o psicologico, ma bisogna aggredire la malattia su tutti i fronti, contemporaneamente. Anche se la miglior cura, a mio avviso, resta sempre il grande amore per la vita.

Suania Acampa

Foto: foto di Silly

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